E’ stato il mio campione di qualche anno fa. Stessa altezza, stessi 48 anni portati male, lui correva in bici e io mi arrangiavo sul lungomare Nazario Sauro, poi il nulla per dieci anni e più. Stavo guardando il preannuncio del Tour. Intervista con video in cui dice che ha un cancro terminale al pancreas, che è pieno di metastasi, che ha pochi mesi di vita e che tutto forse si riconduce ad una vita di doping. Ho pensato che se si arriva a rischiare la vita per lo sport, allora si snatura il senso delle cose. Lo sport è vita. Mi sono passate davanti le immagini di un mese prima, della corsa tutta rosa che ha attraversato Bari, con l’unico fine di sensibilizzare la prevenzione del tumore al seno. Ho spento la Tv e sono tornato alla mia vita normale. Quasi normale. Metà giugno, mi sono deciso a dare ascolto a mia moglie ed andare dal medico di base. Una bronchite che non mi mollava da febbraio, nonostante la primavera da 40°, e la mia capatostaggine di curarmi da solo, mai un antibiotico, al più propoli e suffumigi che però stavolta non servivano a nulla. Una coda di un’ora, un controllo di mezz’ora, il rinvio alle lastre al torace per un ulteriore controllo, due parole scritte su un foglio con firma illeggibile e pure io mi sono ritrovato a nuova nascita sotto la costellazione del cancro. Poi qualche giorno di silenzio, le lacrime nascoste di mia moglie, le sue parole davanti “non dobbiamo disperarci, non dobbiamo mollare, nulla è perduto, la medicina fa passi da gigante, la che mio ormai dà risultati inaspettati e molto rapidi”; e la mia contro-ironia (sarcasmo? acidità viscerale? cattiveria da disperazione?) sulle cellule-ragno che si sono andate ad annidare nei posti più in operabili, sul fatto che questo sia un cancro da stupidi, ai polmoni per uno che non ha fumato neppure a sedici anni, sulla pole position per la che mio perché suona meno sinistra della radio, sulle disquisizioni teleologiche per le differenze tra cancro e tumore. Poi è arrivata la consapevolezza. Di colpo. Con la prima data della seduta. Il cancro. Dire che è una malattia che ti cambia la vita può sembrare un po’ scontato, ma percepirlo sulla propria pelle è tutta un’altra cosa. La differenza è che si comprende davvero il senso del limite. Ora mi si parla ovunque di trovare in me stesso la forza di reagire, di appoggiarmi alla famiglia ed agli amici. I miei doc sono bravissimi, non quel tipo di persone che si fermano alla malattia ed alla terapia. E tra loro Gino. Il nome è vero, onore al merito. Mi dice che la mia pelle è già salva, ma devo fare qualcosa per la mia anima. Mi è venuto a prendere in una domenica di afa, ha detto a mia moglie che mi portava a riposare un giorno in campagna nella sua villetta, che lo farà spesso perché io mi rimetta in sesto prima del ciclo e subito dopo. Mi ha portato fuori dal traffico della statale piena di bagnati ancora assonnati, in cima al mondo, sulle colline di Alberobello. A piedi, prima piano e poi sempre più veloce. Di corsa, a riscoprire le emozioni che non provavo più da dieci anni. Mi sono fermato non per il fiato ma per il più banale dei banali dolore alla milza. Mi sono fermato nel silenzio assoluto, sotto l’ombra di un ulivo. Ricordando che la corsa mi aveva già spiegato bene quali sono i miei limiti, i miei confini, la mia mortalità umana. E pensando che forse ora tornare a correre, oggi, domani, tra qualche mese, mi aiuterà ad ingabbiare questa malattia e a tirare fuori ancora una volta una cosa bella dalla vita…….